"Non basta godersi la bellezza di un giardino senza dover pensare che in un angolo ci siano le fate?"
- Douglas Adams

domenica 4 settembre 2011

I romanzi


I romanzi, [...] non ne ho letti molti, ma quelli che ho letto, a me sembra che non sia sopportabile, la loro forma, questo fatto che pretendono di raccontarti la storia di una persona, di un gruppo di persone, però in realtà non lo fanno, c'è una trama, un inizio e una fine, e in mezzo compaiono dei personaggi, alcuni buoni e alcuni cattivi, e tu ti affezioni e vorresti sapere di loro, com'erano da piccoli e come erano i loro genitori, e cosa pensano dell'amore e della vita, cosa gli succederà quando decideranno di sposarsi, tutte le cose che è normale volere sapere delle persone che ti interessano, e invece gli scrittori ti danno solo poche notizie, quelle che servono per portare avanti la storia, insomma, io mi affeziono, poi non è che mi interessa solo sapere se il tradito si vendicherà o a chi verrà assegnata l'eredità o chi è l'assassino o se il poliziotto verrà ucciso in una sparatoria, io vorrei sapere tutto di quei personaggi, altro e altro ancora, e invece poi arrivi a un punto e c'è la parola fine, e questa mi sembra una cosa così arrogante, e così triste, perdere quelle persone per sempre, insomma hai passato un paio d'ore o di giorni con loro e poi non le riincontrerai più, non è che puoi sperare che ti chiamino al telefono qualche anno dopo e ti raccontino come stanno, niente, persi per sempre, allora forse gli scrittori dovrebbero pensarci bene prima di cominciare scrivere, così, voglio dire, avere moltissime notizie messe da parte sui personaggi, raccontare davvero tutto, anche dopo che finisce la trama, altrimenti a me sembra che i lettori, almeno io sono così, poi ci restano male.

─ Soriga, 'Sardinia Blues'

Il mondo che non c'è


Era un bambino e andò a dormire con la tristezza nel cuore e pianse, pianse perché non c'era altro da fare. Pianse perché il mondo che sognava non sarebbe mai esistito, perché non appena fosse cresciuto si sarebbe dimenticato di aver pensato queste cose, di aver desiderato che tutti si potessero abbracciare e stringere senza che la gente li guardasse male, pianse perché sapeva che non sarebbe mai giunto il giorno in cui avrebbe potuto dare un bacio sulla guancia a una sua amica o a un suo amico solo per dimostrarle o dimostrargli il suo affetto, come a dire: io ti voglio tanto bene, te ne voglio tanto tanto tanto e per favore abbracciami e baciami anche tu, così stasera non andrò a dormire piangendo, non sentirò mamma che urla con papà e non penserò a mio fratello che è fuori con una ragazza o forse è ubriaco perché è triste, triste di dimenticare quelle cose che anche lui un giorno aveva pensato, triste di aver pianto per loro e con loro, perché il mondo che lui sogna, che io sogno e che noi sogniamo non esiste e non esisterà mai.
Andò a dormire e dopo aver pianto s'addormentò e sognò, sognò che i bambini e le bambine e i ragazzi e le ragazze s'abbracciavano piangendo, ma questa volta piangendo di gioia perché tutti avevano capito che volevano essere abbracciati e stretti con tutte le forze e tutto l'affetto del mondo fino a scoppiare dalla felicità. Poi piansero ancora, e questa terza volta furono lacrime di malinconia perché avevano dimenticato come si sogna o forse la notte era finita ed era sorto il sole.

─ Marco Tamborrino

sabato 3 settembre 2011

Ingenuità umana

Pitt serrò i pugni, furioso... e disperato. Perché sapeva che l'umanità sarebbe passata di stella in stella con la stessa facilità con cui era passata da un continente all'altro, e ancor prima da una regione all'altra. Fine dell'isolamento, fine degli esploramenti autonomi. Il suo grande esperimento era stato scoperto e rovinato. La stessa anarchia, la stessa degenerazione, lo stesso modo di pensare avventato e miope, le stesse disparità culturali e sociali, avrebbero continuato a prevalere... a livello galattico! Cosa ci sarebbe stato adesso? Imperi galattici? Tutti i peccati e le follie di un mondo estesi a milioni di mondi? Tutte le avversità e le difficoltà orribilmente ingrandite? Chi sarebbe riuscito a capire una galassia, dal momento che nessuno era mai riuscito a capire nemmeno un mondo? Chi avrebbe imparato a interpretare le tendenze e a prevedere in futuro in una galassia brulicante di umanità?

─ Isaac Asimov, 'Nemesis'

venerdì 2 settembre 2011

La felicità ripaga in profondità quel che le manca in lunghezza

Sappi solo che io sono il miglior padre del mondo, davvero. Tutti quelli che mi conoscono la pensano così e fino all'anno scorso, prima che gli affari cominciassero ad andare così bene, passavo un sacco di tempo con Yidò, ogni momento libero. Ancora oggi mi occupo di lui con devozione materna: lo nutro, lo vesto, lo pulisco, e persino in questo momento mi vengono le lacrime agli occhi pensando a quanto bene gli voglio, a quanto sia bello e a come io lo distrugga in continuazione. Cosa ne sarà di lui, Myriam? La linea delicata e fragile del suo mento, la sua solitudine in un gruppo di bambini. Il sorriso incerto, insicuro, che io ho creato per infierirvi contro, senza pietà. Cosa ne sarà di lui, davvero? Una volta potevo indovinare quasi ogni suo pensiero e avevamo il nostro lessico privato. Naturalmente usavamo le loro parole, ma erano nostre, perché le avevo scelte per lui dentro di me. Quasi tutte le parole che ha imparato fino a tre anni gliele ho insegnate io. Gli dicevo: "Ecco un uccello. Ripeti: uccello". E lui mi guardava affascinato, dicendo: "uccello". Solo dopo averla ripetuta la parola diventava sua. Come se io l'avessi masticata e gliela avessi messa in bocca. Era questo il nostro rituale per ogni nuova parola. C'erano persino delle lettere che volevo pronunciasse in un certo modo - una "esse" piena e non leggermente sibilante come la mia, o una "erre" gutturale e virile (come quella di Moshe Dayan, ricordi?)... Non ridere di queste stupidaggini. Mi sentivo come se gli stessi porgendo i primi mattoncini di Lego per costruire il suo mondo, e così facendo penetravo ulteriormente in lui, gli lasciavo un'impronta, esistevo in lui come, forse, non esisto in nessun altro luogo della terra. Capisci? Improvvisamente avevo affondato le radici. Cosa non ho fatto per esistere dentro di lui! Stavo chino sul suo letto quando dormiva, gli passavo una mano sul viso e gli disegnavo i sogni con le dita. Gli sussurravo parole allegre nell'orecchio perché giungessero fino alla fabbrica dei sogni e, all'occorrenza, li rendessero più dorati. Avrei fatto qualunque cosa per divertirlo. E lui rideva con me...

─ David Grossman, 'Che tu sia per me il coltello'

Profanazione

Profanato, già. Era l'unica parola che gli sembrava adeguata, ma loro ne avrebbero riso. Gli volevano bene, lo sapeva, e lo avevano accettato nel loro gruppo, ma ne avrebbero lo stesso riso. Ciononostante c'erano cose non ammissibili. Profanavano il senso dell'ordine di qualsiasi persona sana di mente. Profanavano l'idea fondamentale che Dio avesse dato alla terra un'inclinazione sull'asse, in maniera che il crepuscolo durasse solo dodici minuti circa all'Equatore o si prolungasse un'ora o più lassù, dove gli eschimesi costruivano le loro case di cubetti di ghiaccio. Che lui avesse così deciso e quindi avesse detto: «Okay, se capirete come funziona l'inclinazione, potrete capire tutto quello che vi pare. Perché persino la luce ha peso e quando la nota del fischio di un treno cade all'improvviso è per l'effetto Doppler e quando un aereo varca la barriera del suono il rumore che si sente non è applauso di angeli o flatulenza di demoni, ma solo aria che crolla per tornare al suo posto. Io vi ho dato l'inclinazione e poi mi sono
seduto in una delle file centrali della platea per assistere allo spettacolo. Non ho altro da dire, salvo che due più due fa quattro, che le luci nel cielo sono stelle, che se c'è del sangue lo possono vedere gli adulti bene quanto i bambini e che i bambini morti restano morti». Si può vivere in compagnia della paura, credo, avrebbe voluto dire Stan se gli fosse stato possibile. Forse non per sempre, ma per lungo tempo, questo sì, ma forse non si riesce a vivere in compagnia di una profanazione, perché essa apre una crepa nel tuo modo di pensare e se tu ci guardi dentro vedi che laggiù ci sono esseri viventi con occhietti gialli privi di palpebre, vedi che c'è una tenebra che puzza e dopo un po' ti viene da pensare che forse laggiù c'è un intero universo, ma diverso, un universo dove nel cielo sorge una luna quadrata e le stelle ridono con voci gelide e certi triangoli hanno quattro lati e certi altri ne hanno cinque e certi altri ancora ne hanno cinque elevati alla quinta potenza dei lati. In quell'universo potrebbero crescere rose capaci di cantare. Ogni cosa porta a ogni cosa, avrebbe detto loro se avesse potuto. Andate alla vostra chiesa e ascoltate le vostre storie di Gesù che camminava sull'acqua, ma io, se vedessi qualcuno fare lo stesso, mi metterei a urlare e urlare e urlare. Perché a me non sembrerebbe un miracolo. A me sembrerebbe una profanazione.

─ Stephen King, 'IT'

domenica 28 agosto 2011

Nessuno tocchi Freddie - Prologo




– Provi a spostare il cavallo, signorino Friedrich – gli sussurrò il maggiordomo all’orecchio.
Il bambino alzò gli occhi dalla scacchiera e fissò per un istante sua nonna, che non batté ciglio. Pochi riuscivano a sostenere quello sguardo che, seppur giovane, incuteva timore a causa delle iridi di un azzurro chiarissimo. Sua nonna, che lo conosceva da sempre, era una di quei pochi.
– Non suggerire, Jeeves – disse la nonna al maggiordomo. – Freddie è ben capace di vincere da sé.
Tuttavia il bambino accolse il consiglio e spostò il cavallo verso destra, in avanti.
– Scacco matto – sussurrò, impassibile.
La nonna ridacchiò allegramente. Non rideva spesso, di solito era molto severa. Il bambino le voleva bene, e così anche lei; ed essendo entrambe persone austere e serie, per quanto austero possa essere un bambino, insieme riuscivano a divertirsi, sebbene nessun abitante della Città avrebbe condiviso quel particolare tipo di divertimento.
– È quasi ora che tornino i tuoi genitori – commentò l’anziana donna guardando il suo orologio da polso. – Non mi piace che ritardino.
Le rughe sulla sua fronte s’increspavano sempre quando i genitori di Friedrich erano in ritardo. Aveva capelli radi e bianchi, occhi a mandorla e una voce sottile, limpida.
– Un’altra partita? – chiese il bambino.
La nonna scosse la testa. – Devo andare a preparare la cena. Jeeves, pensa tu a Freddie. Se volete giocare voi due, fate pure.
Il maggiordomo, un uomo allampanato sulla cinquantina, si sedette sul divanetto dove un istante prima c’era seduta la nonna e si mise a riposizionare i pezzi sulla scacchiera. Il bambino sedeva su un altro divanetto.
– Ultimamente la nonna è nervosa – disse il bambino con la sua voce atona.
Jeeves sospirò. – A dirle la verità, signorino Friedrich, anche a me sembra nervosa.
Fecero una partita e il bambino vinse ancora. L’espressione sul viso del maggiordomo era eloquente; si sarebbe detto che era palese la vittoria del bambino ancor prima che iniziassero a giocare.
Si trovavano in un salotto arredato sfarzosamente, c’erano mobili d’antiquariato, un pianoforte a coda, vasi e oggetti di cristallo, un grande tappeto in pelle, un grandissimo orologio di vetro appeso a una parete e un tavolino – su cui posava la scacchiera – al centro dei due divanetti. Poltrone imbottite, scaffali stracolmi di libri e il tutto perfettamente in ordine e pulito.
Prima che potessero iniziare la rivincita, si sentì una chiave girare in una serratura qualche stanza più in là, e udirono la voce della nonna dire: – Eccoli, finalmente.
Il cigolio della porta che si apriva li raggiunse e si alzarono per andare ad accogliere i padroni di casa.
Jeeves si fiondò all’ingresso senza aspettare il bambino. I genitori di questo erano in piedi poco oltre la porta mentre il maggiordomo si impegnava a togliergli le giacche di dosso e metterli sull’appendiabiti.
La madre del bambino gli andò incontro, lo baciò sulla fronte e gli disse: – Tutto bene, Freddie?
Lui annuì gelido. Suo padre gli fece un cenno col capo.
Cenarono in religioso silenzio. Jeeves portava i piatti e poi si sedeva a mangiare qualcosa anche lui. Il bambino intuiva che c’era qualcosa d’importante di cui i suoi genitori avrebbero dovuto discutere con la nonna, ma non erano chiaramente intenzionati a farlo in sua presenza.
Terminato di mangiare, i suoi sospetti furono confermati. Sua madre gli chiese gentilmente se poteva andarsene di là a leggere.
Senza rispondere si alzò e mosse i suoi passi fuori dalla sala da pranzo, ma ciò non servi a niente. Voleva sentire, e avrebbe sentito.
Era fuori dalla porta socchiusa e si preparava a origliare quando udì dei lievi passi accanto a lui.
Jeeves lo guardò serio. – Non dovrebbe, signorino Friedrich.
– Anche tu sei qui per ascoltare – disse semplicemente il bambino. – Allora ascolta con me.
La prima voce che si udì fu quella del padre, e chiaramente si stava rivolgendo alla nonna: – Ciò che avevi sentito è vero, Miranda. I pozzi sono esauriti o avvelenati. Abbiamo ancora due, massimo tre mesi, prima che tutti lo vengano a sapere. Sarà il finimondo. I proprietari dei pozzi se ne andranno in altri paesi con le scorte più massicce, lasciando noi cittadini ad ammazzarci tra di noi finché l’ultima goccia d’acqua non sarà stata bevuta. Noi, non possiamo scappare, Miranda, lo sai bene. Ci vuole almeno un mese di viaggio prima di raggiungere un luogo abitato, e non possiamo comprare scorte per un tempo così lungo senza destare sospetti. E anche se riuscissimo, andarsene sarebbe un’impresa.
Il bambino udì sua madre scoppiare a piangere.
– Ma perché i pozzi si sono esauriti? – chiese la nonna.
– Una malattia, un virus, chi lo sa. Il mare da solo non può soddisfare i bisogni della Città. I proprietari riusciranno a fingere per qualche settimana depurando l’acqua salata, ma poi risulterà chiaro a tutti che non c’è più niente da bere.
Il bambino guardò Jeeves e vide che l’uomo era pallido e tremava visibilmente.
La nonna fece un’altra domanda: – Hai idee?
Dal tono della voce si sarebbe detto che la questione non la toccasse minimamente.
– Sì. Sono già d’accordo con Henry di chiuderci nella sua cantina per tutto il tempo necessario. Almeno finché nella Città non sarà rimasto quasi nessuno. Giorno per giorno accumuleremo più scorte d’acqua possibili.
– Non portarle a casa sua.
– Perché, Miranda?
– Henry è un uomo che, come te, ama la sua famiglia, ma è anche senza onore. Non fidarti di lui, portagli alcune delle scorte e il resto lasciale a casa nostra. Avrai tempo di trasferirle all’ultimo momento.
La madre del bambino parlò tra i singhiozzi: – Freddie non deve vedere niente di quello che succederà. È già così… serio. Non ho idea di che effetto potrebbe fare su di lui vedere le persone uccidersi per un po’ d’acqua. La Città era destinata a questo orribile destino da quando è stata costruita… troppo lontana dal resto del mondo.
– Friedrich non vedrà nulla – rispose convinto il padre del bambino. – Nessuno di noi vedrà nulla.
E intanto il bambino pensava che invece avrebbe voluto vedere tutto.
– Risparmia più acqua che puoi, Miranda – concluse il padre. Si udì il rumore di una sedia che si spostava: si era alzato. – Ne avremo bisogno.
– Via, signorino Friedrich – mormorò Jeeves tirandolo per il braccio.

Il bambino contò i giorni e si accorse che suo padre aveva ragione: i proprietari dei pozzi non riuscirono a fingere per più di due mesi e mezzo. Un pomeriggio di fine primavera c’era già gente che tornava a casa carica di bottiglie d’acqua senza darsi pensa di nasconderle. Alcuni se la ridevano e dicevano che era tutta una farsa, era impossibile che l’acqua fosse finita.
Poi i venditori annunciarono che avevano tagliato i rifornimenti e non ne avevano più da vendere.
Quel giorno, il bambino, la nonna e il maggiordomo chiusero tutte le imposte e si barricarono in casa. Le strade stavano già diventando un inferno.
– Abbi fiducia nei tuoi genitori, Freddie – gli disse la nonna. Non gli diceva mai di pregare. La preghiera era per i deboli, ripeteva spesso.
Alle nove di sera, in ritardo di due ore, suo padre e sua madre fecero ritorno.
Il bambino notò subito, dall’espressione sui loro volti, che c’era qualcosa che non andava.
– Henry se n’è andato! – sbottò suo padre. – Anche con la scorte d’acqua che gli avevo portato! Maledetto figlio di puttana! Avrei dovuto darti più ascolto di quello che tu pretendevi da me, Miranda.
La nonna gli rispose dolcemente: – Non importa, ce la faremo ugualmente.
– No, serve più acqua. Io torno fuori.
A nulla valsero le suppliche della moglie e dell’anziana donna.
– Alfred! Per carità torna dentro, Alfred! – urlò la prima.
Lo videro fare cinquanta metri nella via affollata. La gente sembrava impazzita, correva da tutte le parti urlando.
– ALFRED!
Il padre del bambino adocchiò una bottiglia d’acqua in un angolo e vi si gettò sopra. Non fece in tempo a rialzarsi che si udì uno sparo. Un uomo vestito di stracci con in mano una pistola gli si avvicinò e diede un calcio al corpo già senza vita.
– Chantal! – gridò la nonna. – No!
La madre di Friedrich si gettò nella mischia. – Alfred! Alfred!
L’uomo la vide correre verso di lui e sparò anche a lei.
Il bambino osservò il tutto in silenzio. Sentì lontanamente la mano forte di sua nonna che lo tirava indietro e gli gridava di non guardare. Le ultime immagini che ebbe del mondo di fuori furono sua madre che veniva calpestata dalla folla in fuga e l’uomo coperto di stracci che sparava a chiunque avesse con sé dell’acqua.
Giurò a se stesso che l’avrebbe ucciso. Giurò che non uno di coloro che aveva osato calpestare il corpo di sua madre sarebbe morto da solo. Li avrebbe uccisi tutti lui. Si impresse nella mente ogni singolo volto, ogni dettaglio che potesse farglieli riconoscere anche anni più tardi.
Lui, Friedrich Evans, un bambino di soli undici anni, giurò che per mano sua quella città sarebbe stata epurata. L’odio con cui era vissuto fin dalla nascita gli si riversò fuori in quel momento. Odiava l’essere deboli delle persone, il panico che si impadroniva di loro nell’ipotesi della morte. Odiava la gente, e l’avrebbe punita per questo.

martedì 23 agosto 2011

31° Capitolo e Note Finali

Sensazioni

– Chris, aiutami perché mi sento morire.
Furono le uniche parole che dissi dopo aver lasciato Bianca sola in quel salotto senza luce.
Quando il mio amico mi aveva detto che forse ero venuto a New York per lei, non ci credevo granché. Poi invece divenne l’unica cosa di cui ero assolutamente certo.
– Torniamo a casa? – mi chiese.
Risposi con un cenno affermativo del capo. Non era forse stato lui a dirmi che la casa ce la portiamo dentro? Forse l’Islanda significava solo che avrei potuto richiamarla alla mente in qualsiasi momento. E ciò mi avrebbe fatto sentire meglio.
Il regalo migliore che il mio amico potesse farmi fu di dipingere un ritratto di Bianca. Per quanto facesse male, lo tenni sempre con me. Nonostante lei mi avesse avvertito che avrei dovuto dimenticarla, io non lo feci. Non avrei potuto farlo in nessun caso.

Non è mia intenzione di stare qui a spiegare che piega prese la mia vita quando tornai in California. Nel luglio del ’64 i militari in Vietnam erano saliti a 21.000, e un mese dopo ricevetti una lettera in cui mi diceva che di lì a breve avrei avuto la visita per vedere se ero idoneo alla leva. La ricevettero anche Chris e Alan.
Wendy venne a farci visita a settembre e io la pregai di andarsene in Canada con mio fratello.
– Lui è come te. Legge sempre. Se va in Vietnam lo ammazzano.
Allora lei, Alan e zia Molly si trasferirono in Canada. Mia zia vendette anche l’appartamento di San Francisco, dicendo che se mai fosse tornata negli Stati Uniti, l’avrebbe fatto andando a vivere in Texas in quella villa che aveva tanto trascurato.
Sia io che Chris non cercammo scappatoie. Per una questione di rispetto, come avrebbe detto lui. Andare a morire per dei tronfi politici americani lo faceva incazzare, ma poi mi disse che come ci andavano gli altri, ci saremmo andati anche noi. Per rispetto.
Nel ’65 venimmo spediti in Vietnam senza tante cerimonie. Nel ’68 Chris perse una gamba e venne congedato. Io persi l’utilizzo della mano destra tre mesi dopo, e non potendo più premere un grilletto, venni rispedito a casa. Quando nel ’75 la guerra finì, gli americani morti erano 58.226.
A quel punto Chris non vomitò neppure, si limitò a dire: – Succederà ancora e ancora, finché l’uomo abiterà la terra.



Le storie che mi piace raccontare sono quelle che non racconta nessuno



Questo libro non vuole atteggiarsi a romanzo adolescenziale. Non vuole essere una brutta copia di argomenti già trattati a partire dall’Holden di Salinger. Ritengo che le storie più belle degli ultimi anni siano quelle che dicono cose già dette in un modo migliore, o quelle che dicono cose nuove che nessuno ancora aveva ascoltato. Saltando nelle pozzanghere vuole appartenere a questa seconda categoria. Dico «vuole» perché non ho idea di come gli altri vedranno questo libro. Quello che io ho cercato di fare è stato di ritrarre gli adolescenti per quello che sono, non per quello che gli adulti vorrebbero che fossero. Vengono pubblicati libri con ragazzi per protagonisti, senza fare nomi, che sono un insulto al nostro modo di pensare. Noi non siamo deficienti bisognosi di aiuto. Non abbiamo bisogno di un insegnante che ci indichi la strada né di rappresentazioni distorte della nostra realtà. Ci capiamo a vicenda, e questo è tutto. Se il narratore e gli altri personaggi di questo libro hanno un comportamento che alcuni definirebbero immorale o sbagliato (mi riferisco al bere, al fumare), è perché sono dei ragazzi veri. Non sono caricature messe in atto per farci sembrare tutti dei santi che cercano l’amore e la felicità. Noi non vogliamo inseguire i nostri sogni, siamo stanchi di sentircelo dire. A quest’età nessuno sa cosa vuole. Quindi, per favore, basta scrivere libri che ritraggono i ragazzi come persone quali non sono. Anche se sono ritratti più “buoni” di noi, non ce ne frega. Vogliamo che si dica la verità. Vogliamo che ci mettano in bocca i nostri discorsi, non una filosofia spiccia da quattro soldi e frasi da baci perugina.
Il protagonista del libro ha, almeno nella prima parte, diciassette anni. Perché diciassette anni? Perché è anche la mia età. Charlie è un self-insert, non ho problemi ad ammetterlo. Proprio per questo credo che la sua figura sia diversa dai protagonisti di altri romanzi adolescenziali. Perché Charlie è un tipo di ragazzo come ne nascono ogni diecimila. O forse è solo una mia cattiva impressione, e nel mondo ci sono più Charlie di quanto pensi. So già in anticipo che molti non capiranno il personaggio. Lo odieranno, probabilmente. Ma non ho scritto questa storia perché tutti potessero immedesimarsi in un ragazzo alle prese con i classici problemi dell’adolescenza. I problemi di Charlie sono ben più particolari, sono problemi che la maggior parte dei ragazzi non si pone né sa che esistono. Questo lo affermo secondo esperienza personale. I problemi come il fumo o le droghe sono secondari, giocano un aspetto di sfondo nella mia storia. E qui torniamo a Charlie. Non potevo renderlo bene come l’ho reso in prima persona se l’avessi scritto in terza. Per questo motivo ho deciso che non scriverò più in prima persona per un po’ di tempo. O almeno non scriverò cose che farò leggere a qualcuno. Perché Charlie ha già detto tutto quello che volevo dire io. Lui e gli altri personaggi. Ma soprattutto lui.

Marco Tamborrino,
23 agosto 2011, Busto Arsizio.